La "catastròfa" di Marcinelle nelle viscere della terra belga
La "catastròfa" di Marcinelle nelle viscere della terra belga AGI - Il nome dolce, Marcinelle, è diventato acre nell’evocazione di una tragedia che nell’agosto di settanta anni fa, dal buio della miniera portò alla luce tutte le contraddizioni di un lavoro che non nobilitava l’uomo ma gli strappava via la vita. Nel Be

La "catastròfa" di Marcinelle nelle viscere della terra belga AGI - Il nome dolce, Marcinelle, è diventato acre nell’evocazione di una tragedia che nell’agosto di settanta anni fa, dal buio della miniera portò alla luce tutte le contraddizioni di un lavoro che non nobilitava l’uomo ma gli strappava via la vita. Nel Be
La "catastròfa" di Marcinelle nelle viscere della terra belga AGI - Il nome dolce, Marcinelle, è diventato acre nell’evocazione di una tragedia che nell’agosto di settanta anni fa, dal buio della miniera portò alla luce tutte le contraddizioni di un lavoro che non nobilitava l’uomo ma gli strappava via la vita. Nel Belgio del Bois du Cazier l’8 agosto 1956 si consumava nel silenzio delle viscere della terra a quasi un chilometro di profondità e nell’agitazione frenetica della superficie il dramma di 262 uomini anneriti da quel carbone che cercavano sempre più in profondità, metà del quali, 136, erano italiani, e una metà di loro abruzzesi; e poi 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3
ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, un inglese e un olandese. Undici nazioni affratellate dal dolore per un maledetto incidente in una struttura di cui si conosceva la pericolosità. Ma l’Europa aveva bisogno di carbone per rilanciare la sua industria, il Belgio per recuperare la competitività economica, e l’Italia per risollevarsi e dare un lavoro ai tanti disoccupati mandandoli all’estero. Duecento chili di carbone al giorno per ogni lavoratore L’accordo tra Belgio e Italia era stato firmato nel 1946 dai premier Achille van Acker e Alcide De Gasperi. Prevedeva la cessione a prezzo agevolato di duecento chili di carbone al giorno per ogni lavoratore italiano inviato nelle miniere
belghe, a scaglioni, fino ad arrivare a 50.000. I bandi di reclutamento di manodopera erano stampati su manifesti rosa affinché fossero immediatamente visibili, e riportavano tutte le condizioni favorevoli di paga, assistenza sociale, ferie, accoglienza, pensioni anticipate, viaggi gratuiti. C’era tutto per attrarre chi cercava disperatamente un lavoro nell’Italia affamata del dopoguerra, e partirono in migliaia dagli Abruzzi, dal Veneto, dal Napoletano, dalle Puglie, dalla Sicilia. Tanti erano partiti dal comprensorio pescarese di Manoppello, Lettomanoppello e Turrivalignani, alle falde della Majella, da una regione devastata dalla guerra, spaccata in due dalla Linea Gustav per nove mesi t
