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L’Iran alza il prezzo politico per riaprire completamente Hormuz
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L’Iran alza il prezzo politico per riaprire completamente Hormuz

Trump considerava la riapertura dello Stretto una possibile uscita dalla guerra anche senza un accordo nucleare. Teheran ora lega quel risultato a sanzioni, blocco navale, truppe americane e risarcimenti.

Aggiornato 10 Ago, 05:576 min
L’Iran alza il prezzo politico per riaprire completamente Hormuz
NAVCENT Public Affairs / U.S. Central Command / DVIDS · Public domain
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Trump considerava la riapertura dello Stretto una possibile uscita dalla guerra anche senza un accordo nucleare. Teheran ora lega quel risultato a sanzioni, blocco navale, truppe americane e risarcimenti.

Lo Stretto di Hormuz è tornato a essere il punto in cui diplomazia, guerra e costo dell’energia si incontrano. Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump aveva iniziato a considerare la riapertura completa del passaggio come un risultato sufficiente per uscire dal conflitto con l’Iran, anche senza un accordo nucleare separato.

Funzionari statunitensi citati dal giornale affermano che il presidente aveva discusso privatamente questa possibilità. Per la Casa Bianca sarebbe una conclusione facilmente misurabile: più navi in transito, minore rischio per il mercato petrolifero e un segnale concreto di de-escalation.

Sabato l’Iran ha però reso quel percorso più difficile. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale ha chiesto che gli Stati Uniti smettano di minacciare l’Iran, pongano fine in modo permanente alla guerra contro l’Iran e i suoi alleati, tolgano il blocco navale e ritirino le forze militari dalle aree intorno al paese.

Teheran chiede inoltre un risarcimento completo per i danni di guerra, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni iraniani congelati. La discussione su una rotta marittima viene così collegata a quasi tutti i principali strumenti di pressione di Washington.

La differenza è importante anche per l’Europa e per l’Italia. Hormuz non è soltanto una questione di sicurezza regionale. È uno dei passaggi cruciali del commercio energetico mondiale. L’Energy Information Administration degli Stati Uniti stima che nel primo trimestre del 2026 siano transitati attraverso lo stretto circa 14,6 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti petroliferi.

Nel quarto trimestre del 2025 il volume era di circa 20,7 milioni di barili al giorno. Le precedenti interruzioni hanno contribuito a rendere molto più volatile il prezzo del petrolio. Questo rischio può trasferirsi al costo dei trasporti, dei carburanti, dei voli e di molte attività produttive.

Oggi il passaggio non è completamente fermo. Axios riferisce, citando un funzionario americano, che circa otto milioni di barili di petrolio lasciano ogni giorno il Golfo attraverso la corsia meridionale dello stretto, con coordinamento delle forze statunitensi. È un volume significativo, ma in un regime ancora eccezionale.

Iran e Oman stanno anche negoziando nuove rotte marittime. Associated Press scrive che i colloqui sono vicini alla fase finale. Teheran precisa però che queste rotte non equivalgono alla riapertura completa di Hormuz, che resta legata a condizioni politiche più ampie.

Per chi osserva la crisi dalla vita quotidiana, questa distinzione può sembrare tecnica. In realtà determina quanto sia prevedibile il sistema. Una compagnia di navigazione può accettare un percorso speciale per una singola traversata, ma per programmare contratti e investimenti servono regole stabili per mesi.

Gli Stati Uniti mantengono intanto il loro blocco navale, ripristinato a luglio. Trump ha dichiarato successivamente che il blocco resta in vigore. L’Iran chiede ora che venga eliminato come condizione per normalizzare completamente il passaggio.

Domenica Trump ha adottato un tono più contenuto parlando con Axios. Ha detto che gli Stati Uniti stanno riducendo l’intensità dello scontro e stanno negoziando solo in parte. Ha insistito soprattutto sui problemi economici e sull’inflazione iraniana, lasciando intendere che Washington preferisce aspettare l’effetto della pressione economica.

L’Iran fa un calcolo opposto. Gregory Brew, esperto di Eurasia Group citato dal Wall Street Journal, ritiene che Teheran sia convinta che Trump voglia uscire dalla guerra e sia concentrato sulla riapertura dello stretto. Se l’Iran crede che la Casa Bianca abbia bisogno di un risultato rapido, ha un incentivo a chiedere di più.

Il rischio per i consumatori europei nasce proprio da questo gioco di attesa. Non ogni movimento del prezzo della benzina dipende da Hormuz, ma l’incertezza su un corridoio così importante entra nei prezzi globali dell’energia e nelle aspettative delle imprese.

Una soluzione intermedia è possibile. Un accordo tecnico con l’Oman potrebbe aumentare i flussi e ridurre la probabilità di nuovi attacchi, senza risolvere sanzioni, risarcimenti o questione nucleare. Sarebbe un miglioramento concreto, anche se non una pace completa.

Il problema per Trump è che la riapertura totale, immaginata come un’uscita relativamente semplice, è diventata essa stessa una negoziazione complessa. Il problema per l’Iran è che più a lungo dura la pressione, più aumentano i costi economici interni.

Hormuz resta quindi un barometro della crisi. Se il traffico crescerà in modo stabile, il rischio globale potrà diminuire. Se la rotta continuerà a dipendere da concessioni politiche e minacce militari, una crisi lontana continuerà a farsi sentire anche nella vita economica quotidiana europea.