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Ilaria Salis difende il licenziamento dei collaboratori e critica la condanna
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Ilaria Salis difende il licenziamento dei collaboratori e critica la condanna

Ilaria Salis, condannata in primo grado a risarcire oltre 300mila euro per il licenziamento senza giusta causa di due collaboratori, ha spiegato su Instagram le ragioni della sua decisione, sostenendo di non essere stata presente in aula per mancata notifica dell'udienza.

Aggiornato 23 Июл, 23:004 min
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Ilaria Salis, condannata in primo grado a risarcire oltre 300mila euro per il licenziamento senza giusta causa di due collaboratori, ha spiegato su Instagram le ragioni della sua decisione, sostenendo di non essere stata presente in aula per mancata notifica dell'udienza.

Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rotto il silenzio dopo la condanna in primo grado che la obbliga a risarcire oltre 300mila euro per aver licenziato due suoi collaboratori «senza giusta causa». In una serie di storie pubblicate su Instagram, la politica ha difeso la propria scelta, definendola «la decisione giusta» e spiegando che non è stata presa «a cuor leggero». La vicenda, che ha suscitato un acceso dibattito pubblico, ruota attorno alla gestione del rapporto di lavoro con due persone che avevano seguito la sua situazione durante la detenzione in Ungheria.

Salis ha attribuito la condanna principalmente alla sua assenza in aula. «In processi di questo tipo, spetta sempre al datore di lavoro dimostrare la giusta causa. Io non ho potuto farlo perché ero incolpevolmente assente», ha dichiarato. La politica ha aggiunto di non essere stata informata dell'udienza, circostanza che, a suo dire, ha impedito una corretta difesa. La sentenza di primo grado ha stabilito un risarcimento significativo, ma Salis ha già annunciato l'intenzione di ricorrere in appello.

Nel dettaglio, l'eurodeputata ha ricostruito le motivazioni che l'hanno portata a interrompere la collaborazione. I due ex collaboratori, che conosceva da tempo, avevano seguito la sua vicenda giudiziaria in Ungheria, dove era stata arrestata e poi rilasciata. «Allora credevo che lo facessero senza secondi fini, col tempo però mi sono resa conto che la realtà era più complessa», ha spiegato. Salis ha riferito di aver avuto la sensazione che il rapporto venisse «sempre più spesso fatto pesare per cercare di influenzare le mie decisioni». A ciò si aggiungevano, secondo la sua ricostruzione, «gravi inadempienze sul lavoro», come il mancato riscontro alle mail dell'ufficio locale per settimane, nonostante fosse una delle loro principali attività. «Non è stato un episodio isolato, era un continuo», ha sottolineato.

La politica ha poi raccontato di aver segnalato più volte queste criticità, cercando di risolverle, ma il clima sarebbe diventato «sempre più conflittuale». «A un certo punto mi sono resa conto che il rapporto fiduciario, indispensabile per lavorare insieme in un contesto come la politica, si era spezzato», ha affermato. Salis ha proposto una soluzione concordata, ma i collaboratori avrebbero risposto che le alternative erano due: «o continuare o finire in tribunale». Inoltre, secondo la sua versione, l'avrebbero minacciata di rivolgersi ai giornali per «rovinare la mia immagine pubblica». A quel punto, dopo essersi assicurata che la cessazione del rapporto non li avrebbe lasciati «privi di mezzi di sostentamento», ha deciso di interrompere la collaborazione. «Nonostante tutto quello che è accaduto dopo, rifarei quella scelta. Era diventata necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e tutte le persone che rappresento», ha concluso.

La vicenda ha riacceso il dibattito sul rapporto tra politica e gestione del personale, con critiche da più parti per la decisione di rendere pubbliche le presunte colpe degli ex collaboratori. Salis, che ha sempre mantenuto un profilo combattivo, ha utilizzato i social per difendere la propria posizione, suscitando reazioni contrastanti. La condanna, che dovrà essere confermata o meno in appello, rappresenta un capitolo delicato nella carriera dell'eurodeputata, già al centro dell'attenzione per la sua esperienza in Ungheria e per il suo impegno politico.