Trentotto anni fa l’attentato a Rocco Chinnici, pioniere della lotta alla mafia
Il 29 luglio 1983 il giudice Rocco Chinnici morì in un attentato mafioso a Palermo. Ideatore del pool antimafia e ispiratore della legge Rognoni-La Torre, il suo metodo investigativo e il suo impegno civile restano un punto di riferimento per la giustizia italiana.

Il 29 luglio 1983 il giudice Rocco Chinnici morì in un attentato mafioso a Palermo. Ideatore del pool antimafia e ispiratore della legge Rognoni-La Torre, il suo metodo investigativo e il suo impegno civile restano un punto di riferimento per la giustizia italiana.
Il 29 luglio ricorre il trentottesimo anniversario dell’attentato al giudice Rocco Chinnici, ucciso insieme a tre altre persone da un’autobomba a Palermo. Magistrato di straordinaria intuizione, Chinnici è considerato il precursore della moderna lotta alla mafia: creò il primo pool antimafia, chiamò a lavorare con sé giovani come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e contribuì in modo determinante alla definizione giuridica del reato di associazione di tipo mafioso. La sua eredità sopravvive nella struttura investigativa che ancora oggi guida le inchieste contro Cosa nostra.
Erano le 8.05 del mattino del 29 luglio 1983 quando una Fiat 126 verde, imbottita con 75 chilogrammi di tritolo, esplose in via Pipitone Federico a Palermo. Il giudice Chinnici stava per salire sulla sua Alfetta blindata quando il boss Antonino Madonia azionò il telecomando. Con lui persero la vita il maresciallo Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile dove abitava il giudice. In quei mesi di stragi continue, Palermo venne paragonata a Beirut. La mafia colpiva al cuore dello Stato, e Chinnici era tra i bersagli principali perché, da capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, aveva dato vita a un metodo di lavoro collegiale destinato a rivoluzionare le indagini.
Alla fine del 1979 Chinnici era stato nominato capo dell’Ufficio Istruzione. Di fronte a una Cosa nostra sempre più violenta e potente, decise di superare l’isolamento tradizionale del magistrato inquirente e creò il pool antimafia, selezionando personalmente i colleghi che avrebbero dovuto collaborare in équipe. «Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua morte avremmo costituito il cosiddetto pool antimafia», scrisse Paolo Borsellino nella prefazione a una raccolta postuma degli scritti di Chinnici. «Credeva fermamente nella necessità del lavoro di équipe e ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di circolazione delle informazioni tra i suoi». Il contributo di Chinnici non si fermò all’organizzazione del lavoro. Diede un apporto tecnico fondamentale alla stesura della legge Rognoni-La Torre, in particolare alla definizione del reato di «associazione di tipo mafioso» (articolo 416 bis del Codice Penale) e al potenziamento della prevenzione patrimoniale. Furono innovazioni che resero possibile colpire i patrimoni illeciti e processare i vertici mafiosi.
Chinnici fu anche il primo magistrato a uscire dai tribunali per recarsi nelle scuole e parlare ai ragazzi dei pericoli della droga, allora il principale traffico di Cosa nostra. «La mia fiducia è nelle nuove generazioni. Nel fatto che i giovani, credenti, non credenti, della sinistra, democratica, di nessuna militanza politica, si ribellano, respingono il potere della mafia. Questa è la grande speranza che sta germogliando», scrisse. Riteneva che il problema della droga e della criminalità organizzata fosse «prima di essere giudiziario, sociale, civile, umano». Una lezione di attualità che ancora oggi ispira chi lotta per la legalità in Italia.
