Un mese dopo i terremoti in Venezuela, il caos continua tra denunce di dispersi e critiche allo Stato
A un mese dai devastanti terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 che hanno colpito il Venezuela il 24 giugno, con oltre 5.000 morti e 16.000 feriti, migliaia di persone risultano ancora disperse. Famiglie denunciano la scomparsa di cari negli ospedali e nelle morgue, mentre un rapporto critica la lentezza della risposta statale.

A un mese dai devastanti terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 che hanno colpito il Venezuela il 24 giugno, con oltre 5.000 morti e 16.000 feriti, migliaia di persone risultano ancora disperse. Famiglie denunciano la scomparsa di cari negli ospedali e nelle morgue, mentre un rapporto critica la lentezza della risposta statale.
Il disastro provocato dai devastanti terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 che hanno colpito il Venezuela lo scorso 24 giugno è lungi dall'essere concluso. A un mese dal doppio sisma, che ha causato circa 5.398 morti e 16.740 feriti, i venezuelani continuano a cercare i loro familiari. Non solo tra le macerie degli edifici crollati a La Guaira, ma anche negli ospedali dove sono stati trasportati vivi e nelle morgue dove sono stati portati i corpi dei loro cari.
Ad oggi non esiste una cifra ufficiale dei dispersi, ma il sito web Desaparecidos Terremoto Venezuela, una delle prime iniziative cittadine nate dopo i sismi, conta oltre 29.000 persone che non sono state ancora localizzate. Uno dei casi più seguiti dai media è stato quello di Cristina Ramos, una signora di 70 anni il cui salvataggio era diventato virale per il buon umore mostrato sia da lei che dai soccorritori. «La tireremo fuori, signora. Si fidi di noi», le disse uno dei volontari mentre lottava per estrarla dalle macerie della sua casa a La Guaira. «E con questa roba appiccicosa che ho in faccia?», rispose lei senza pensarci due volte. «Lei è bella e quelle unghie mi piacciono un sacco», replicò l'uomo per darle coraggio. Dopo essere stata estratta, fu consegnata al personale sanitario a Catia La Mar e la sua famiglia non ha più avuto sue notizie, come riporta il quotidiano El Nacional.
Il caos regna anche nelle morgue, dove in molti casi sono stati i familiari stessi a portare i corpi, ma poi non sono stati loro restituiti per la sepoltura. Tra i casi più noti c'è quello di Amir Infante, un adolescente di 16 anni rimasto incastrato tra le porte di un frigorifero mentre l'edificio crollava. Amir non morì sul colpo, ma la parte inferiore del suo corpo fu schiacciata dai muri di cemento. Per le 13 ore in cui rimase in vita parlò con familiari, volontari e stampa, che diedero risonanza mondiale alla sua situazione. Alla fine, il giornalista Román Camacho confermò in un video pubblicato sui social che il giovane non poté attendere oltre i soccorsi. Quattro settimane dopo i terremoti, Jaime, il padre di Amir, ha raccontato all'agenzia Efe di aver portato il corpo del figlio in braccio e in moto fino a un ospedale di La Guaira. Lì gli misero un codice e lo depositarono accanto ad altri cadaveri. Non gli fu mai consegnato il certificato di morte e quando tornò a cercare il corpo per seppellirlo, nessuno seppe dirgli cosa ne fosse stato. A quanto pare, la nomenclatura del codice non aveva origine. Da allora, la famiglia ha cercato senza sosta il corpo di Amir in ospedali e morgue di La Guaira e Caracas. Ora progettano di prelevare campioni di sangue per consentire allo Stato di effettuare i test del DNA.
Il caos istituzionale e la risposta dello Stato dopo il doppio sisma sono stati proprio uno degli aspetti più criticati dai cittadini. Un rapporto dell'organizzazione Transparencia Venezuela ha rivelato che lo Stato ha dispiegato solo il 12,6% delle sue capacità, circa 4.000 funzionari, nelle prime 24 ore dopo i terremoti. Il 100% delle capacità, circa 31.837 effettivi, è stato raggiunto solo il 18° giorno dopo la tragedia. «Nel terremoto del Cile era stato raggiunto oltre il 71% del picco di effettivi entro 48 ore, mentre il Venezuela si attestava ancora intorno al 35% nello stesso lasso di tempo», indica il testo, riferendosi al sisma di magnitudo 8,8 che colpì il paese andino nel 2010. Il documento sottolinea inoltre che la maggior parte delle persone sopravvissute, un totale di 19.861, si è salvata perché è riuscita a uscire in tempo dagli edifici o perché è stata soccorsa da vicini e familiari nelle prime 48 ore.
La lentezza dei soccorsi e la mancanza di coordinamento hanno aggravato la sofferenza di migliaia di famiglie. Molti denunciano di aver vagato per giorni tra ospedali e obitori senza ottenere risposte. Le autorità locali, sopraffatte dall'emergenza, hanno chiesto rinforzi al governo centrale, ma la risposta è stata giudicata insufficiente. La situazione resta critica anche per quanto riguarda le forniture di base: acqua potabile, cibo e medicinali scarseggiano nelle zone più colpite, mentre le scosse di assestamento continuano a seminare paura tra la popolazione. Organizzazioni umanitarie internazionali hanno offerto assistenza, ma le difficoltà logistiche e burocratiche ne hanno rallentato l'arrivo.
In questo contesto di dolore e incertezza, la società civile venezuelana si è mobilitata per supplire alle carenze dello Stato. Piattaforme come Desaparecidos Terremoto Venezuela sono diventate un punto di riferimento per le famiglie, mentre gruppi di volontari continuano a setacciare le macerie. La comunità internazionale segue con attenzione l'evolversi della crisi, mentre il governo venezuelano è sotto pressione per fornire risposte chiare e trasparenti. A un mese dalla tragedia, la ferita è ancora aperta e la ricerca della verità e dei propri cari non si ferma.
