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Colloquio di lavoro: l’abito formale non è più una regola universale
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Colloquio di lavoro: l’abito formale non è più una regola universale

Il completo resta adatto nei settori più formali, ma i recruiter consigliano di studiare cultura aziendale e ruolo prima di scegliere. Sito e social possono offrire indizi concreti.

Aggiornato 10 Ago, 00:405 min
Colloquio di lavoro: l’abito formale non è più una regola universale
Foto: Tima Miroshnichenko / Pexels · Pexels License
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Il completo resta adatto nei settori più formali, ma i recruiter consigliano di studiare cultura aziendale e ruolo prima di scegliere. Sito e social possono offrire indizi concreti.

Per molto tempo il completo è stato la risposta più semplice alla domanda su come vestirsi per un colloquio di lavoro. Era una specie di assicurazione: anche senza conoscere bene l’ambiente, scegliere un livello alto di formalità sembrava dimostrare serietà. Nel 2026 questa logica non è scomparsa, ma non funziona più allo stesso modo in ogni azienda.

Un servizio dell’Associated Press pubblicato da Fortune il 7 agosto racconta il cambiamento attraverso recruiter, stylist e candidati. È importante leggerlo correttamente: non è uno studio statistico che dimostra che un abito elegante riduce le probabilità di assunzione. Il punto è più circoscritto. Uffici casual, lavoro ibrido e colloqui in video hanno reso molto più variabile l’idea di abbigliamento professionale.

In alcuni contesti, il completo rimane una scelta forte. L’AP cita ruoli dirigenziali, professioni legali e servizi finanziari tra gli ambiti in cui è ancora frequentemente consigliato. Dove contano rappresentanza, clienti, negoziazione e tradizione istituzionale, la formalità continua ad avere una funzione precisa.

In una startup, in un’azienda tecnologica o in uno studio creativo, il quadro può essere diverso. Presentarsi molto più formali delle persone che conducono il colloquio non è necessariamente un errore, ma può creare una distanza visiva e soprattutto far sentire il candidato fuori contesto. Per questo la preparazione dovrebbe iniziare dall’azienda, non dall’armadio.

I recruiter intervistati suggeriscono di guardare il sito, LinkedIn, Instagram e le fotografie di eventi o momenti di lavoro. Non basta osservare un unico ritratto del CEO. È meglio cercare elementi che si ripetono: giacca e cravatta, camicie aperte, maglieria, jeans, sneakers, abiti strutturati o look più rilassati. La frequenza di questi segnali aiuta a capire il livello quotidiano di formalità.

Una volta individuata la norma, il consiglio è di salire leggermente di livello. Se l’ambiente è jeans e T-shirt, per il colloquio possono bastare pantaloni o denim scuro con camicia, blusa o maglia curata. Se prevale il business casual, una giacca aggiunge struttura. Se il completo è la norma reale, non c’è motivo di evitarlo per inseguire una tendenza.

Conta anche la posizione. Nella stessa azienda, chi lavora nelle vendite o nelle relazioni con i clienti può vestirsi in modo più formale di un team tecnico o creativo. Il candidato dovrebbe quindi cercare, quando possibile, immagini o informazioni sulle persone che svolgono funzioni simili a quella per cui si sta presentando.

Se i social non chiariscono nulla, si può chiedere al recruiter. Una domanda sul dress code non è segno di insicurezza. È un modo pratico per eliminare un’incognita. Anche le aziende possono facilitare il processo indicando nell’invito se il colloquio sarà formal, business casual o informale.

Per i colloqui online la cura non diminuisce. Gli esperti citati dall’AP consigliano lo stesso impegno di un incontro in presenza. I capi devono essere puliti e vestire bene. I colori uniformi possono risultare più leggibili in video rispetto a piccoli motivi ad alto contrasto. È utile provare in anticipo la combinazione di abbigliamento, luce e sfondo.

La comodità ha un valore concreto. Una giacca troppo stretta, scarpe nuove che fanno male o un colletto che richiede continue correzioni rubano attenzione. Il miglior outfit è quello che, dopo pochi minuti, permette di concentrarsi completamente sulla conversazione. Prezzo e marchio contano meno della vestibilità e della coerenza.

Studiare la cultura aziendale non significa però travestirsi. Se non si indossa mai una felpa, comprarne una per sembrare adatti a una startup può produrre l’effetto opposto. Se si ama la sartoria, si può mantenerla in una versione più morbida. L’autenticità personale e il contesto devono incontrarsi, non annullarsi.

È anche corretto evitare affermazioni eccessive. Il reportage dell’AP non prova che essere troppo eleganti causi automaticamente un rifiuto. Mostra che la vecchia uniformità è diminuita e che un forte scarto rispetto all’ambiente può creare disagio o comunicare una lettura incompleta della cultura.

La nuova regola, quindi, non è «niente completo». È una sequenza: settore, azienda, ruolo, un piccolo passo in più di cura. Il completo resta un ottimo strumento professionale, ma la sua forza dipende dal momento in cui viene scelto. Oggi sapere quando usarlo vale più che indossarlo per automatismo.