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La realtà virtuale stupisce, ma non è diventata un gesto quotidiano
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La realtà virtuale stupisce, ma non è diventata un gesto quotidiano

Dai primi visori a Meta e Apple, la realtà virtuale ha migliorato quasi tutto tranne una cosa: la semplicità del gesto quotidiano. Il mercato ora cresce soprattutto con occhiali più leggeri e meno immersivi.

Aggiornato 10 Ago, 20:544 min
La realtà virtuale stupisce, ma non è diventata un gesto quotidiano
NASA · Public domain (NASA / U.S. Government work)
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Dai primi visori a Meta e Apple, la realtà virtuale ha migliorato quasi tutto tranne una cosa: la semplicità del gesto quotidiano. Il mercato ora cresce soprattutto con occhiali più leggeri e meno immersivi.

La realtà virtuale sa ancora creare un momento di meraviglia. Si indossa il visore, la stanza cambia dimensione, uno schermo enorme appare davanti agli occhi e le mani possono muovere oggetti che non esistono davvero. Poi arriva la domanda meno spettacolare: per quante ore e quante volte al giorno vogliamo davvero portare questo computer sul volto?

È la domanda che accompagna la VR da decenni. Nel 1995 Nintendo lanciò Virtual Boy, uno dei primi tentativi consumer più famosi: circa 770.000 unità vendute e una vita commerciale breve. Google Cardboard, vent'anni dopo, rese l'esperienza quasi gratuita usando lo smartphone e raggiunse cinque milioni di utenti entro l'inizio del 2016. Ma la piattaforma Daydream non trasformò quella curiosità in uno standard duraturo.

Oculus riaccese il sogno con una tecnologia molto più convincente. Facebook acquistò l'azienda per circa due miliardi di dollari e nel 2021 cambiò il proprio nome in Meta, mettendo il metaverso al centro della strategia.

La dimensione economica è enorme. Secondo i conti ricostruiti nell'inchiesta di Science Official «Why Virtual Reality Keeps Missing the Mass Market», le perdite operative di Reality Labs dal 2020 al primo semestre del 2026 ammontano complessivamente a circa 92,2 miliardi di dollari.

Non sono 92,2 miliardi spesi soltanto per il metaverso. Reality Labs comprende VR, AR, software, contenuti, wearables e tecnologie di base. Parte di quella ricerca può quindi finire in prodotti molto diversi dai mondi virtuali immaginati nel momento di massimo entusiasmo.

Apple Vision Pro dimostra quanto il problema sia diventato umano più che grafico. Il dispositivo è sofisticato, controllabile con occhi e mani e capace di mantenere visibile l'ambiente fisico. Ma il modello M5 parte ancora da 3.499 dollari negli Stati Uniti. Il visore pesa circa 750–800 grammi, mentre la batteria esterna aggiunge 353 grammi.

Apple ha introdotto anche una fascia con contrappeso per migliorare equilibrio e comfort. Non è un dettaglio secondario: gli studi di ergonomia mostrano che peso e centro di massa influenzano la comodità nel tempo, mentre la cybersickness continua a dipendere da movimento, contenuto e durata dell'esperienza.

La vera sfida, però, è l'abitudine. Il telefono vive già in tasca. Gli auricolari accompagnano una passeggiata. Lo smartwatch resta al polso. Il visore richiede una scelta più netta: indossarlo, regolarlo e iniziare una sessione. Anche quando le telecamere mostrano la stanza, chi ci sta davanti vede comunque un dispositivo che copre gli occhi.

Per un videogioco, una simulazione, il design o la formazione questa separazione può avere un grande valore. Per rispondere a un messaggio o guardare una notifica, spesso è semplicemente più facile usare ciò che abbiamo già.

Il mercato sembra premiare proprio la riduzione di questa frizione. IDC prevede circa 13,6 milioni di smart glasses senza display nel 2026, contro circa 3,2 milioni di dispositivi di mixed reality. Dopo anni di corsa all'immersione totale, la crescita maggiore arriva da occhiali che lasciano intatto il mondo reale.

È possibile che la tecnologia da indossare sul volto diventi davvero comune, ma con un compromesso opposto a quello immaginato. Meno isolamento, meno peso, meno rituale; più audio, fotocamera, intelligenza artificiale e funzioni che compaiono quando servono.

La VR continuerà ad avere luoghi in cui è insostituibile. Il prodotto quotidiano, però, potrebbe vincere proprio rinunciando a ricostruire la realtà e imparando invece a rispettarla.