Oltre quattro mesi di guerra in Iran stanno mettendo in ginocchio le piccole e medie imprese italiane, già provate dai dazi statunitensi e dal conflitto in Ucraina. Secondo una ricerca dell'Osservatorio Evolution Forum Business School, condotta su un panel di oltre 1.200 micro e piccoli imprenditori con fatturato fino a un milione di euro e meno di cinque dipendenti, quasi una PMI su due rischia la chiusura entro la fine del 2026 se il conflitto dovesse protrarsi fino a dicembre di quell'anno.
Le ripercussioni della guerra in Iran si fanno sentire su diversi fronti dell'economia italiana. L'aumento del prezzo dei carburanti e delle bollette energetiche, il rincaro dei trasporti delle merci e le difficoltà nel comparto turistico sono solo alcuni degli effetti già visibili. Il prezzo del gas ad Amsterdam è salito a 43,7 euro al megawattora il primo luglio, un valore che non si registrava dal 15 giugno, mentre la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran sta facendo lievitare il costo della benzina e del diesel.
La ricerca evidenzia che il 48,4% degli imprenditori intervistati indica l'instabilità causata dalle guerre come la principale fonte di preoccupazione. Al secondo posto si colloca la carenza di personale qualificato, segnalata dal 43,4% degli intervistati, un problema che riguarda tutti i livelli e che si è acuito all'inizio del 2026. Il caro vita preoccupa il 38,9% delle PMI, mentre la pressione fiscale esercitata dall'Agenzia delle Entrate è citata dal 25,3% degli imprenditori.
Nonostante il quadro critico, una parte del tessuto imprenditoriale italiano conserva un certo ottimismo. Il 40,2% delle PMI interpellate si dice fiducioso che l'economia italiana possa continuare a reggere nonostante le guerre in Medio Oriente, almeno per l'estate e oltre. Tuttavia, l'escalation dei conflitti in tutta la regione preoccupa il 13,7% degli intervistati, che temono ripercussioni per tutte le economie mondiali.
Tra le altre fonti di ansia per le piccole imprese figurano la burocrazia europea (11,6%), il caro energia (8,4%) e i dazi statunitensi (4,2%). La combinazione di questi fattori sta creando un clima di incertezza che rischia di paralizzare gli investimenti e la crescita del settore, che rappresenta una componente fondamentale dell'economia italiana.
Di fronte a questa situazione, gli imprenditori lanciano richieste precise in vista della prossima manovra finanziaria. La proposta più gettonata, sostenuta dal 64,3% degli intervistati, è la detassazione degli aumenti salariali, nella convinzione che stipendi più alti possano motivare i giovani e convincerli a non abbandonare il Paese. La stessa logica vale per i premi e i fringe benefit, su cui grava ancora una tassazione pesante secondo il 23,4% degli interpellati.
Il 27,4% delle PMI chiede un taglio deciso dell'IRPEF, mentre il 26,3% auspica una nuova rottamazione fiscale. I dati mostrano che le retribuzioni italiane restano tra le più basse dei Paesi industrializzati, e gli imprenditori reclamano interventi già a partire da quest'anno per invertire la tendenza e sostenere la competitività del sistema produttivo nazionale.