Forza Italia sta vivendo un periodo di crescente tensione all'interno della maggioranza di centrodestra, dove l'agenda politica appare sempre più influenzata dalle posizioni della Lega e di Fratelli d'Italia, con il peso crescente del generale Roberto Vannacci. Il partito guidato da Antonio Tajani cerca di mantenere il proprio profilo liberale ed euroatlantico, ereditato da Silvio Berlusconi, ma si trova a dover fronteggiare una linea politica che, secondo fonti parlamentari azzurre, rischia di allontanarsi dall'elettorato moderato, cattolico e garantista che Forza Italia rivendica come proprio.
Il primo nodo critico è emerso con il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori. La richiesta di grazia ha messo Forza Italia in una posizione scomoda: da un lato la pressione della coalizione, dall'altro il rispetto delle prerogative del Quirinale, poiché l'atto di clemenza spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l'avvio dell'istruttoria, scelta che ha suscitato malumori per i tempi e il metodo. Tajani, pur allineandosi alla richiesta di perdono, ha cercato di porre un argine, dichiarando che «per noi ha sbagliato», ma aggiungendo che «è giusto e opportuno un perdono sociale per quest'uomo». Una formula di compromesso che riflette il timore, diffuso nel partito, che il caso Roggero possa diventare un simbolo politico della giustizia privata, un terreno scivoloso per chi si presenta come forza di governo garantista.
Lo scontro più netto riguarda la legittima difesa. La Lega ha presentato un disegno di legge che punta ad ampliare le tutele per chi reagisce a un'aggressione, superando alcuni paletti del diritto penale come l'attualità del pericolo e la proporzionalità della risposta. Per Forza Italia la distanza è marcata: il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, esponente azzurro, ha definito la proposta «inaccettabile», perché rischierebbe di violare «i cardini del diritto penale». Il riferimento è alla riforma del 2019, già approvata quando Matteo Salvini era ministro dell'Interno, che aveva allargato il perimetro della difesa domiciliare. Per gli azzurri andare oltre significherebbe cambiare natura all'istituto, spostando l'equilibrio tra tutela della vittima e controllo della reazione.
Il malessere azzurro non riguarda solo la Lega. Anche con Fratelli d'Italia il confronto sulla giustizia è teso, in particolare sul tema delle intercettazioni nel decreto all'esame del Senato. Un emendamento del senatore Giovanni Berrino punta ad ampliare l'utilizzabilità delle conversazioni captate anche in procedimenti diversi da quelli per cui erano state autorizzate, attraverso il riferimento ai cosiddetti reati spia. Secondo Forza Italia, però, la disciplina vigente consente già il riutilizzo delle intercettazioni nei procedimenti per mafia e terrorismo. Estendere ancora il meccanismo, avvertono gli azzurri, potrebbe riaprire la strada alle intercettazioni «a strascico», trasformando l'eccezione in una prassi e comprimendo il diritto alla segretezza delle comunicazioni. Un tema sensibile per il partito berlusconiano, che sulla giustizia ha costruito buona parte della propria identità.
La premier Giorgia Meloni deve tenere insieme sensibilità diverse. Da un lato c'è l'impegno di Fratelli d'Italia a intervenire sulla materia, anche dopo gli allarmi del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo sulla legge del 2023. Dall'altro c'è il muro azzurro, rafforzato da una cultura politica che vede nella giustizia un pilastro identitario. La mediazione si fa stretta, e ogni dossier — dalla legittima difesa alle intercettazioni — riapre la stessa domanda: quanto spazio resta, nel centrodestra di oggi, per il partito liberale immaginato da Berlusconi?
A rendere più complesso il quadro c'è il tema della leadership di Forza Italia. Antonio Tajani guida il partito, siede ai tavoli di maggioranza e tratta con gli alleati. Ma in Fratelli d'Italia, raccontano fonti parlamentari, cresce la convinzione che su alcune partite decisive pesi anche la posizione di Marina Berlusconi. «Come si cercano intese politiche se chi siede al tavolo non è chi decide?», ha confidato un alto esponente meloniano, lontano dai microfoni. Il riferimento riguarda soprattutto il Senato, dove la capogruppo azzurra è Stefania Craxi, e alcune scelte recenti, dalla giustizia alla legge elettorale. Il voto segreto alla Camera, che ha affossato le preferenze care a Meloni, ha lasciato strascichi nella maggioranza. Non accuse formali, ma sospetti che, in Parlamento, spesso pesano quanto i numeri.
Per Forza Italia la questione è più ampia: restare nella coalizione senza farsi assorbire da una destra più ruvida, segnata anche dall'ascesa mediatica e politica di Roberto Vannacci. Tajani prova a tenere la rotta moderata, ma ogni dossier riapre la stessa sfida. Il partito deve dimostrare di poter incidere sulle scelte di governo, senza perdere la propria identità liberale e garantista, in un contesto dove la maggioranza sembra spostarsi sempre più verso posizioni identitarie e securitarie.