La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al processo per l'omicidio di Saman Abbas, la diciottenne di origine pakistana uccisa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, nella primavera del 2021. Con il rigetto dei ricorsi presentati dalla difesa, i giudici della prima sezione penale hanno confermato le condanne all'ergastolo per i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Diventa definitiva anche la pena a 22 anni di reclusione per lo zio, Danish Hasnain, ritenuto una figura centrale nell'esecuzione del delitto.

La decisione, depositata oggi a Roma, chiude un percorso giudiziario iniziato dopo la scomparsa della giovane, avvenuta la sera del 30 aprile 2021 nelle campagne della Bassa reggiana, tra serre e abitazioni sparse. Per oltre un anno e mezzo di Saman non si era trovata traccia. Solo nel novembre 2022, sotto un rudere a poche decine di metri dalla casa di famiglia, vennero ritrovati i suoi resti. Il ritrovamento ha permesso di avviare le indagini che hanno portato all'identificazione dei responsabili.

Al centro del processo c'è stato il movente: il rifiuto, da parte di Saman, di un matrimonio combinato in Pakistan e la volontà di vivere liberamente la propria relazione con il fidanzato. Una scelta che, secondo l'accusa, la famiglia non avrebbe mai accettato. Jeans, fotografie sui social, il rossetto, il desiderio di uscire da un controllo domestico rigido: piccoli segni quotidiani diventati, agli occhi dei parenti, una frattura insanabile. La ragazza era stata ospitata per un periodo in una comunità protetta a Bologna, dopo aver denunciato le pressioni familiari. Poi il ritorno a Novellara, pochi giorni prima della morte, per recuperare i documenti e partire. In quel momento, secondo le ricostruzioni processuali, il piano era già stato preparato.

Nel corso del processo, l'accusa ha sostenuto che l'omicidio di Saman Abbas fosse stato «organizzato nei minimi dettagli», con una partecipazione condivisa dei familiari imputati. Il procuratore generale Marco Dall'Olio aveva parlato di un «atto corale e premeditato», legato a un movente definito turpe, pur dentro un contesto di radici culturali richiamato più volte nelle udienze. Non una reazione improvvisa, dunque, ma una decisione maturata e portata a termine. «Saman doveva essere punita», aveva detto nella requisitoria Dall'Olio, chiedendo la conferma delle condanne d'appello. Una frase rimasta nel silenzio dell'aula.

I cinque imputati erano stati rintracciati in tempi diversi, tra l'Europa e il Pakistan, e riportati davanti ai giudici italiani. Il padre Shabbar Abbas era stato estradato dal Pakistan; la madre Nazia Shaheen, inizialmente latitante, era stata poi consegnata all'Italia. Anche i cugini e lo zio erano finiti sotto indagine sin dalle prime fasi, quando le immagini delle telecamere attorno all'abitazione e i movimenti registrati nei giorni della scomparsa avevano orientato gli investigatori verso l'ambito familiare. Tasselli, uno dopo l'altro, hanno composto il quadro accusatorio.

La conferma della sentenza d'appello da parte della Cassazione mette la parola fine al procedimento penale per la morte di Saman Abbas, ma non al peso pubblico di una vicenda che ha attraversato cronaca, tribunali e dibattito civile. La storia della ragazza di Novellara è diventata il simbolo di una libertà cercata e negata, dentro un conflitto familiare trasformato, secondo i giudici, in una condanna a morte. A distanza di oltre cinque anni dall'omicidio, restano le immagini fissate nell'inchiesta: la notte nelle campagne reggiane, la casa da cui Saman voleva andare via, il rudere dove il corpo fu ritrovato, la comunità che l'aveva accolta prima del ritorno. E restano le parole pronunciate in aula, asciutte, quasi dure: una ragazza uccisa perché voleva scegliere. Con la decisione della Suprema Corte, le pene sono ora definitive.