Bologna è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine nella serata di lunedì 20 luglio, durante una protesta indetta per la morte di Abderrahim Fakir, l'uomo di 42 anni deceduto alla vigilia nel quartiere Pilastro mentre era sottoposto a un arresto, in seguito a una crisi psichiatrica. Il corteo, partito da piazza del Nettuno con la partecipazione di migliaia di persone, ha raggiunto la prefettura, dove la tensione è esplosa in scontri durati diverse ore.
La manifestazione è iniziata nel tardo pomeriggio con gli interventi dei familiari della vittima, tra cui la sorella di Fakir, che ha espresso il desiderio di «vendetta» prima di collassare e essere soccorsa in ambulanza. Al termine dei discorsi, il corteo si è diretto verso la prefettura, presidiata da un massiccio schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Lungo il percorso sono risuonati slogan contro le forze dell'ordine, come «tout le monde déteste la police» e «assassini», mentre il clima diventava sempre più teso.
Il momento più critico si è verificato proprio davanti alla prefettura, quando la testa del corteo è entrata in contatto con il cordone di polizia. I manifestanti hanno lanciato bottiglie, calci e bombe carta contro gli agenti, molti dei quali si sono coperti il volto con fazzoletti per non essere identificati. Le forze dell'ordine hanno risposto con lacrimogeni e idranti per disperdere la folla, senza avanzare, difendendo quello che è considerato un obiettivo sensibile. Gli scontri sono proseguiti a lungo, con cariche e lanci di oggetti da entrambe le parti.
Sulla protesta è intervenuto il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti, che ha condannato duramente i cori rivolti contro la polizia. «Sono vergognosi, vanno condannati senza ambiguità e rispediti al mittente. Non si può invocare giustizia e, allo stesso tempo, pronunciare parole che colpiscono chi ogni giorno rappresenta lo Stato e rischia la propria vita per garantire la sicurezza di tutti i cittadini», ha dichiarato il ministro. Foti ha aggiunto che «chi ricopre incarichi istituzionali ha il dovere di prendere le distanze con chiarezza da ogni messaggio di odio contro le Istituzioni. Il silenzio, soprattutto quando si offre sostegno politico a una manifestazione, non può essere derubricato a neutralità».
Ancora più duro è stato il commento di Domenico Pianese, segretario generale del Sindacato di Polizia Coisp, che ha puntato il dito contro il sindaco di Bologna, Matteo Lepore. «Quello che sta accadendo a Bologna in queste ore è la diretta e prevedibile conseguenza dell'irresponsabilità politica di chi alimenta il sospetto contro le Forze dell'Ordine», ha affermato Pianese. Secondo il segretario, il sindaco Lepore, convocando una piazza «per chiedere verità e giustizia» a caldo e prima che la magistratura possa fare il proprio lavoro, «di fatto ha spianato la strada all'odio della galassia antagonista». Pianese ha sottolineato che «parlare di 'giustizia' come se qualcuno stesse insabbiando i fatti è un'allusione grave che soffia sul fuoco del pregiudizio anti-divisa».
Il segretario del Coisp ha poi evidenziato le conseguenze operative della protesta: «Per gestire questa piazza aizzata dalle parole del Sindaco lo Stato è stato costretto a mobilitare d'urgenza i Reparti Mobili da Padova, Firenze e Roma, con un dispendio economico di centinaia di migliaia di euro. È inammissibile che le istituzioni facciano da cassa di risonanza alla piazza violenta esponendo i poliziotti al linciaggio e creando un danno enorme alla sicurezza pubblica». Pianese ha concluso chiedendo che «ognuno si assuma le proprie responsabilità: chi riveste ruoli di governo della città non può comportarsi come un agitatore di piazza».
La vicenda di Abderrahim Fakir, morto durante un arresto per una crisi psichiatrica, ha riacceso il dibattito sulle modalità di intervento delle forze dell'ordine e sulla gestione delle proteste. Mentre la magistratura è al lavoro per fare chiarezza sulla dinamica dei fatti, la città di Bologna resta scossa dalla violenza degli scontri e dalle accuse incrociate tra istituzioni e manifestanti. La protesta, che ha visto la partecipazione di gruppi antagonisti e di semplici cittadini, ha evidenziato una frattura profonda nel tessuto sociale, con richieste di giustizia che si sono trasformate in scontri di piazza.