L'asteroide Apophis, noto anche come 99942 Apophis, è da anni al centro dell'attenzione degli astronomi per il suo passaggio ravvicinato alla Terra, previsto per il 2029. Ora questo corpo celeste diventa il punto di partenza di un nuovo romanzo di Giorgio Tacconi, intitolato «2036. Il tempo veloce. Quanto manca?», pubblicato da Edizioni Sisifo. Il libro, di 128 pagine, non si limita a raccontare un evento spaziale, ma intreccia scienza, immaginazione e una profonda riflessione sul tempo e sulla conoscenza umana.

Protagonista del romanzo è Giovanni Noeri, detto Vanni, un astrofisico italo-canadese che osserva il ritorno di Apophis dall'Osservatorio Galileo di La Palma, nelle Canarie. L'ambientazione trae ispirazione dal Telescopio Nazionale Galileo (Tng), un gioiello tecnologico italiano che Tacconi ha visitato personalmente. Come lo stesso autore ha raccontato a Media Inaf, quell'esperienza è stata «emozionante: orgoglio per un gioiello tecnologico italiano e meraviglia per quel luogo sospeso tra cielo, terra e mare, rifugio dal mondo e finestra verso altri mondi». Vanni è un personaggio di fantasia, con tratti autobiografici diluiti in una pluralità di identità, e nel corso della storia viene chiamato con nomi diversi, in un esplicito richiamo all'opera di Luigi Pirandello «Uno, nessuno e centomila».

Vanni vive quasi in isolamento, in compagnia della gatta nera Luna, e porta con sé il dolore per la perdita della moglie Ester e della figlia Ethel, scomparse nel Cataclisma che, nel mondo immaginato da Tacconi, ha sconvolto il pianeta dopo il passaggio dell'asteroide nel 2029. Il legame tra i due eventi resta volutamente sospeso, ma le conseguenze per il protagonista sono evidenti: il cambiamento climatico accelera, gli equilibri geopolitici si ridefiniscono e il mondo appare sempre più instabile. Mentre sulla Terra si diffonde quella che il protagonista definisce con ironia «Apophismania» e i media ridimensionano l'immagine dell'asteroide, Vanni continua a osservare i dati. Ai suoi occhi, Apophis non è un «elegante proietto luminescente», ma una gigantesca «patata cosmica» grigio-marrone, una presenza incombente che accompagna un'anomalia ben più inquietante.

La vera scoperta del romanzo, infatti, non riguarda l'asteroide, ma il tempo. Vanni individua un fenomeno inspiegabile: una progressiva accelerazione del tempo. Tacconi prende spunto da concetti noti della fisica relativistica, senza pretendere di fornire una spiegazione scientifica. L'accelerazione del tempo è inserita come provocazione narrativa, il motore di una riflessione che coinvolge il lettore senza appesantire la storia con tecnicismi. La scienza resta credibile nel metodo, più che nelle conclusioni: osservazione, dubbio, verifica continua e attenzione ai dettagli accompagnano il protagonista lungo tutto il racconto.

Accanto alla dimensione scientifica, il romanzo si sviluppa su altri livelli narrativi. Come spiega Tacconi, «il piano scientifico del romanzo è l'involucro che dà forma a un'idea poetico-filosofica». La vicenda di Vanni diventa così una riflessione sul presente e sulla condizione umana. Il lettore attraversa un'Europa profondamente trasformata, dove il cambiamento climatico è ormai una realtà quotidiana: città allagate, ondate di calore estreme e paesaggi mutati fanno da sfondo a nuovi equilibri geopolitici. In questo scenario, le autorità cercano di appropriarsi della scoperta di Vanni, intuendone le possibili implicazioni strategiche. Se il tempo può essere controllato, o anche solo ridefinito, diventa inevitabilmente una questione di potere.

È sul piano esistenziale che il romanzo trova la sua dimensione più intima. Vanni è costretto ad abbandonare il rifugio costruito intorno al proprio dolore per affrontare un percorso di trasformazione, attraverso incontri, perdite e nuove possibilità. Ma questa riflessione individuale si intreccia continuamente con quella collettiva. Attraverso il destino del protagonista, Tacconi invita a interrogarsi sul rapporto tra progresso scientifico, potere e responsabilità, temi che riconosce come profondamente attuali. «Oggi l'intelligenza artificiale e la genetica pongono gli stessi dilemmi, con una variante inquietante: non sono più gli Stati a gestire le innovazioni scientifiche bensì i privati in grado di finanziarne lo sviluppo», sottolinea l'autore. A questo si affianca «il preoccupante paradosso di una società basata sull'informazione e la tecnologia, i cui cittadini sono sempre meno educati all'informazione e sempre più ignoranti sul metodo e i contenuti della ricerca scientifica».

L'ipotesi del «tempo veloce» diventa il filo conduttore di una storia che invita il lettore a interrogarsi sul nostro modo di guardare il tempo, la conoscenza e il futuro. Più che sull'eventuale impatto di Apophis, «2036. Il tempo veloce. Quanto manca?» invita a riflettere sull'impatto delle nostre scelte. Chi ha familiarità con il mondo della ricerca ritroverà nel romanzo la quotidianità del lavoro scientifico, fatta più di pazienza, verifiche e dubbi che di intuizioni folgoranti. Chi invece cerca semplicemente una buona storia troverà un romanzo scorrevole, capace di mantenere viva l'attenzione fino all'ultima pagina.