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Il gatto “Nine Lives” e il prezzo umano della protezione della biodiversità
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Il gatto “Nine Lives” e il prezzo umano della protezione della biodiversità

In Nuova Zelanda un gatto ferale ha compromesso due reintroduzioni di pāteke. La sua uccisione mostra quanto sia difficile conciliare sensibilità verso gli animali e tutela delle specie native.

Aggiornato 11 Ago, 19:204 min
Il gatto “Nine Lives” e il prezzo umano della protezione della biodiversità
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In Nuova Zelanda un gatto ferale ha compromesso due reintroduzioni di pāteke. La sua uccisione mostra quanto sia difficile conciliare sensibilità verso gli animali e tutela delle specie native.

Per chi guarda una fotografia, “Nine Lives” è semplicemente un grande gatto grigio tigrato. Per i conservazionisti della penisola di Purerua, nel nord della Nuova Zelanda, è stato invece per quasi tre anni il predatore capace di mandare in crisi un programma di reintroduzione di una delle anatre più rare del Paese. La sua cattura e uccisione hanno chiuso una lunga caccia, ma hanno lasciato aperta una discussione sul rapporto fra persone, animali domestici e biodiversità.

Nel 2023 il progetto Pest Free Purerua liberò 20 pāteke, o brown teal, allevati per tornare in natura. La presenza di gatti ferali sembrava sotto controllo. Nel giro di una settimana venne trovato il primo uccello morto. Le telecamere identificarono un grosso gatto tigrato con segni riconoscibili e il progetto gli attribuì in seguito la morte di altri 15 esemplari.

I volontari e i tecnici aumentarono trappole, gabbie e telecamere notturne. Altri gatti furono catturati, ma non quello che cercavano. “Nine Lives” appariva senza uno schema: al tramonto, a mezzanotte, all’alba o di giorno. Poi spariva per due o tre mesi. Questa imprevedibilità gli fece guadagnare il soprannome e rese il controllo molto più difficile.

Nel 2024 il progetto tentò una nuova liberazione di 20 pāteke. Lo stesso gatto tornò e, secondo i conservazionisti, uccise altri 15 uccelli. The Guardian stima che in totale “Nine Lives” abbia causato la morte di decine di pāteke, circa l’1% della popolazione. La percentuale è una stima, ma rende visibile la fragilità di una specie con numeri molto piccoli.

Il Department of Conservation neozelandese stimava nel 2022 tra 2.000 e 2.500 pāteke allo stato selvatico. La specie è endemica e viene descritta come l’uccello acquatico più raro della Nuova Zelanda continentale. Il suo recupero dipende dal controllo dei predatori introdotti, dal ripristino degli habitat e dall’allevamento con successive reintroduzioni.

La svolta arrivò alla fine di luglio 2026. Il gatto comparve presso una cava per tre notti consecutive, un comportamento insolito. I catturatori usarono salmone, pollo fritto e coniglio come esche. Il 30 luglio una telecamera inviò l’avviso di un gatto dentro una gabbia. Dopo averlo identificato, il team lo abbatté con una procedura definita umana.

Il corpo doveva essere esaminato e poi tassidermizzato per attività educative. La scelta ha reso ancora più evidente il disagio della storia. Il gatto non aveva intenzioni morali: cacciava. La responsabilità nasce dal fatto che l’uomo ha portato predatori efficienti in ecosistemi dove molte specie native non hanno difese equivalenti.

La Nuova Zelanda ha aggiunto i gatti ferali agli obiettivi di Predator Free 2050 nel novembre 2025. I gatti domestici sono esplicitamente esclusi, mentre il governo insiste anche su sterilizzazione, microchip e gestione responsabile degli animali da compagnia.

Purerua potrebbe ora tentare una nuova reintroduzione di pāteke. Se avrà successo, la morte di “Nine Lives” sarà ricordata soprattutto come una scelta difficile all’interno di un progetto più ampio. Se i problemi continueranno, sarà chiaro che nessun singolo animale era il vero centro della storia: lo era l’equilibrio fragile tra specie introdotte e specie native.

Autore

Alessia Amato segue per Ascensio attualità, politica, economia, società e cultura. Il suo lavoro si concentra su verifica, contesto e spiegazioni chiare per i lettori.

Fonte: documento originale