Vai al contenuto
20.09.2026Edizione ItaliaChi siamoRedazione
Ascensio
Notizie, contesto, conseguenze
ASCENSIO
A Ubud uno studio di yoga senza aria condizionata: l'architettura che respira con la giungla
Stile di vita

A Ubud uno studio di yoga senza aria condizionata: l'architettura che respira con la giungla

A Ubud, il Lotus Yoga Shala firmato Pablo Luna Studio rifiuta l'aria condizionata e le pareti convenzionali: la struttura in bambù petung segue la forma di un fiore di loto e lavora con calore, umidità e vegetazione invece di combatterli.

Aggiornato 20 Set, 15:025 min
A Ubud uno studio di yoga senza aria condizionata: l'architettura che respira con la giungla
The Bali Yoga Studio Quietly Refusing to Use Air Conditioning · RSS source
Ascolta5 min
Perché conta

A Ubud, il Lotus Yoga Shala firmato Pablo Luna Studio rifiuta l'aria condizionata e le pareti convenzionali: la struttura in bambù petung segue la forma di un fiore di loto e lavora con calore, umidità e vegetazione invece di combatterli.

A Ubud, sull'isola di Bali, un nuovo spazio per la pratica dello yoga ha scelto di fare a meno dell'aria condizionata e, in buona sostanza, anche delle pareti. Si chiama Lotus Yoga Shala ed è l'ultimo progetto dello studio di progettazione Pablo Luna Studio, da tempo attivo sull'isola. L'idea di partenza risale al 2021 e il risultato finale rappresenta uno dei primi casi in cui lo studio spinge la propria ricerca sulla biomimesi fino a lasciare che una forma naturale condizioni l'ingegneria della struttura, non soltanto l'ispirazione estetica.

Il nome non è casuale. Vista dall'alto, la copertura del padiglione si legge davvero come un fiore di loto: i petali si aprono verso l'esterno e si sovrappongono l'uno all'altro, ricalcando la pianta da cui l'edificio prende il nome. Ogni petalo nasce da un sistema strutturale in bambù petung, con archi primari realizzati legando insieme tre elementi e una trama di bambù spaccato intrecciata a formare una griglia portante. Lungo il perimetro, il carico si concentra in piccoli gruppi di tre o cinque pali, una soluzione che mantiene il bordo aperto e arioso invece di appoggiarsi a una fitta corona di colonne.

È proprio in questa logica costruttiva che il progetto trova la sua credibilità. Il bambù flette e si adatta, e consente di ottenere con una massa ridotta ciò che acciaio e cemento richiederebbero in quantità molto maggiore. Senza pareti a delimitare lo spazio, la copertura diventa l'unico vero confine dell'edificio, e anche quel confine resta poroso: la luce naturale e l'aria circolano liberamente, la vista si apre verso il fiume e la vegetazione circostante, e la sala di pratica finisce per configurarsi come un'estensione del paesaggio in cui è inserita. Per uno studio di yoga, questa apertura incide sull'esperienza più di qualsiasi intervento di interior design: non si guarda un murale che raffigura la natura, si è semplicemente dentro la natura.

Un altro elemento di attenzione riguarda il suolo. Anziché spianare la collina per agevolare il cantiere, la piattaforma è stata rialzata e modellata seguendo le curve esistenti del terreno, limitando così il disturbo arrecato al sito. È una decisione apparentemente minore che rivela però una precisa gerarchia di priorità: molte operazioni immobiliari trattano la topografia come un ostacolo da livellare, mentre qui diventa il punto di partenza del progetto.

Il caso del Lotus Yoga Shala arriva in un momento in cui gli spazi dedicati al benessere vengono spesso pubblicizzati con parole come «radicamento» e «presenza», salvo poi rinchiudere le persone in ambienti a clima controllato, con suoni dell'oceano diffusi da un altoparlante. La contraddizione è nota: uno spazio pensato per riconnettere con la natura consuma energia proprio per tenere la natura dall'altra parte del vetro. Il progetto di Ubud rovescia questo schema e lavora con il calore, l'umidità e la giungla circostante invece di contrastarli, un problema progettuale molto più complesso di quanto possa sembrare.

Il bambù, in questa prospettiva, offre argomenti solidi. Cresce rapidamente, sequestra carbonio finché è vivo e non richiede i processi energivori necessari a cemento e acciaio, un aspetto che pesa sempre di più mentre il settore delle costruzioni è chiamato a rendere conto della propria impronta ambientale. Resta però un limite da non ignorare: costruire a questo livello con il bambù richiede maestria artigianale, e un progetto così specifico rispetto al proprio sito non può essere semplicemente replicato altrove, tanto meno su un lotto urbano in una città occidentale.

Proprio per questo il valore dell'esperimento sta nell'argomento che porta con sé. Comfort e responsabilità climatica non sono necessariamente opposti, e un edificio può rinunciare alla soluzione più semplice — pareti e refrigerante — senza chiedere a chi lo abita di sacrificare la qualità dello spazio. Per chi osserva con attenzione gli spazi del benessere, la lezione è chiara: il design realmente responsivo al clima pone domande più difficili su flussi d'aria, ombreggiamento e materiali, e di solito produce qualcosa che assomiglia meno a una spa e più a un edificio cresciuto dal terreno per scelta precisa.

Autore

Davide De Luca segue per Ascensio attualità, politica, economia, società e cultura. Il suo lavoro si concentra su verifica, contesto e spiegazioni chiare per i lettori.