Il settore della moda in Europa si prepara a un cambiamento epocale: a partire dal 19 luglio 2026, le grandi imprese non potranno più distruggere capi di abbigliamento, calzature e accessori rimasti invenduti o restituiti dai consumatori. La misura, introdotta dal Regolamento (UE) 2024/1781, rappresenta uno dei provvedimenti più incisivi degli ultimi anni per il comparto tessile, imponendo alle aziende di privilegiare il riutilizzo, il riciclo e, ove possibile, la donazione. L'obiettivo dichiarato è ridurre gli sprechi, rafforzare la trasparenza lungo la filiera e accelerare il passaggio verso un modello di economia circolare, con ricadute significative anche sul piano economico e logistico.

Il divieto riguarda in particolare abbigliamento, scarpe, cappelli e accessori moda, mentre sono esclusi i prodotti pericolosi, difettosi, deteriorati, non conformi o che violano diritti di proprietà intellettuale. La normativa si applica inizialmente alle grandi imprese, ma dal 2030 l'obbligo sarà esteso anche alle medie imprese, ampliando ulteriormente la platea dei soggetti coinvolti. Le aziende dovranno inoltre pubblicare ogni anno il numero e il peso dei prodotti invenduti di cui si sono disfatte, specificando le motivazioni dello smaltimento e indicando la quota destinata al riutilizzo, al riciclo, al recupero energetico o ad altre forme di gestione. Dovranno anche illustrare le misure già adottate e quelle future per limitare la produzione di eccedenze e prevenire la distruzione dei beni.

L'impatto ambientale della riforma è notevole. Secondo i dati richiamati da Assoutenti, in Europa fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto prima ancora di essere indossato o utilizzato, per un totale di circa 594.000 tonnellate di tessuti ogni anno. A questa perdita di materie prime, energia e lavoro si aggiungono emissioni stimate in 5,6 milioni di tonnellate di CO₂, generate dalla produzione e dal successivo smaltimento di beni rimasti senza acquirente. La crescita dell'e-commerce ha ulteriormente aggravato il problema, moltiplicando acquisti e restituzioni di capi, scarpe e accessori. Il tasso medio di reso per l'abbigliamento comprato online raggiunge circa il 20%, il che significa che un articolo su cinque torna al venditore, alimentando costi di trasporto, selezione, stoccaggio e ricondizionamento. Quando la reimmissione sul mercato risulta difficile o poco conveniente, questi prodotti rischiano di trasformarsi rapidamente da merce potenzialmente vendibile in rifiuti da smaltire.

La stretta europea potrebbe però produrre effetti positivi non solo sul fronte ambientale, ma anche su quello economico. I prodotti che in passato sarebbero stati eliminati potranno essere reimmessi sul mercato, destinati ai circuiti dell'outlet, del second hand o donati a enti e associazioni. Questo potrebbe ampliare l'offerta di beni a prezzi più competitivi, favorendo i consumatori e creando nuove opportunità per gli operatori specializzati nel recupero e nella valorizzazione delle eccedenze. Inoltre, la normativa introduce un importante requisito di trasparenza, obbligando le imprese a rendicontare annualmente le proprie pratiche di gestione degli invenduti, il che potrebbe spingere il settore verso una maggiore responsabilità sociale e ambientale.

Le conseguenze per le aziende sono molteplici. Oltre agli obblighi di rendicontazione, le imprese dovranno rivedere le strategie di gestione delle scorte, l'organizzazione della logistica e dei resi, e i processi di smaltimento. Per molte, ciò significherà investire in nuove infrastrutture per il riciclo e il riutilizzo, o stringere partnership con enti benefici e operatori del second hand. La misura potrebbe anche incentivare l'innovazione, spingendo le aziende a progettare prodotti più facilmente riciclabili o a ridurre la produzione di eccedenze attraverso una pianificazione più accurata della domanda. In ogni caso, il regolamento rappresenta un passo avanti significativo verso un'economia circolare, allineandosi agli obiettivi europei di riduzione degli sprechi e di sostenibilità ambientale.

Per i consumatori, le novità potrebbero tradursi in una maggiore disponibilità di prodotti a prezzi scontati, grazie alla reimmissione sul mercato di capi invenduti, e in una maggiore trasparenza sulle pratiche delle aziende. Tuttavia, resta da vedere come le imprese si adatteranno a queste nuove regole e se riusciranno a trasformare un obbligo normativo in un'opportunità di business. Con l'estensione del divieto alle medie imprese prevista per il 2030, il settore della moda europea si avvia verso una trasformazione profonda, che potrebbe ridefinire il modo in cui vengono prodotti, venduti e gestiti i capi di abbigliamento.