La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha lasciato il vertice Nato di Ankara ribadendo una linea chiara e coerente: l'Italia rispetterà gli impegni assunti con l'Alleanza atlantica, ma lo farà «alle nostre condizioni», senza sacrificare servizi essenziali o cedere a pressioni esterne. In una conferenza stampa al termine del summit, Meloni ha indicato nella «difesa dell'interesse nazionale» la bussola dell'azione italiana, un concetto che ha declinato su più fronti: dalla politica verso Washington al sostegno all'Ucraina, dalla crisi iraniana agli investimenti per la difesa.
La premier ha respinto con decisione l'idea di un ripensamento nei rapporti con gli Stati Uniti, nonostante le recenti tensioni con il presidente Donald Trump. «Non mi pento di nulla di quello che ho fatto», ha affermato, rivendicando «un investimento politico per convinzione sull'unità dell'Occidente». Una scelta, ha insistito, che non nasce con Trump e non dipende dalle oscillazioni dei rapporti personali: «La mia strategia è sempre stata quella e rimarrà quella, semplicemente perché è una strategia dettata dalla convinzione e non dalla convenienza». Meloni ha riconosciuto che con Trump esistevano «affinità» su temi come l'immigrazione e la battaglia contro la cultura woke, ma ha chiarito che il punto fermo resta l'interesse nazionale italiano ed europeo. «Non cambio idea su quale sia l'interesse italiano», ha detto, perché per Roma «l'unità e il rafforzamento dell'unità occidentale» restano decisivi, al di là delle contingenze elettorali.
Sul possibile ridimensionamento della presenza militare americana in Europa, Meloni ha spiegato che all'Italia «non è stato comunicato alcun disimpegno formale», ma non ha escluso evoluzioni future, ricordando che negli Stati Uniti si discute da anni di una diversa distribuzione degli oneri nella Nato. Per la premier, il rafforzamento del pilastro europeo dell'Alleanza rappresenta «un'occasione per l'Europa di assumere maggiormente il controllo della sua sicurezza», perché «la capacità di difendersi è l'anticamera della propria sovranità». Una posizione che si inserisce in un dibattito più ampio sulla necessità di una maggiore autonomia strategica del continente.
Quanto alle basi militari italiane, la linea non cambia. «Abbiamo avuto una linea molto chiara dall'inizio del conflitto in Iran e quella linea manteniamo», ha affermato Meloni, ricordando che l'Italia «ha rispettato i suoi impegni» ma ha anche chiarito di non partecipare alle operazioni militari contro Teheran. «Non stiamo partecipando agli attacchi all'Iran e non parteciperemo agli attacchi all'Iran», ha tagliato corto. La presidente del Consiglio si è detta «molto preoccupata» per l'evoluzione della crisi iraniana, ma ha ribadito la necessità di continuare a lavorare per una soluzione diplomatica. «Non perdo la speranza sulla possibilità di un negoziato», ha affermato, osservando che «l'opzione militare in questo caso non ha portato risultati così concreti» e che l'Italia continuerà a impegnarsi perché il dialogo riprenda.
Sul fronte ucraino, Meloni ha assicurato che il sostegno a Kiev prosegue senza tentennamenti. «Stiamo andando avanti nel nostro sostegno», ha dichiarato, precisando che il governo sta valutando gli strumenti più efficaci, comprese le modalità di assistenza militare, mentre prosegue anche il sostegno sul fronte energetico, nato da una richiesta dell'Ucraina. La premier ha confermato che l'Italia parteciperà al prossimo incontro della Coalizione dei volenterosi con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Potete scrivere tutti gli articoli che volete sull'isolamento, il cambio di posizionamento, il disimpegno sull'Ucraina. No», ha tagliato corto, respingendo le voci di un presunto allontanamento di Roma dalla linea atlantista. «Al sesto vertice in tre settimane e mezzo dico no. Non posso disimpegnarmi sull'Italia, dove ho tanti dossier importanti di cui occuparmi».
Sul capitolo delle spese per la difesa, Meloni ha confermato la volontà di rispettare gli impegni assunti nella Nato, ma ha ribadito che ciò dovrà avvenire «in modo sostenibile», stabilendo «tempi, modi e priorità» in base alle possibilità del Paese. «L'unica cosa che non farò è togliere risorse ad altri capitoli che considero ugualmente importanti», ha assicurato, definendo «ridicola» l'accusa di un'Italia che «chiude gli ospedali per comprare i carri armati». Gli impegni attuali, ha concluso, «sono adeguati in questo tempo» e «non andrei oltre», anche se si tratta di spese giuste «seppur non popolari». La premier ha inoltre rilanciato la necessità di investire non solo di più, ma anche meglio. La guerra in Ucraina, ha osservato, dimostra che «un carro armato che vale milioni può essere distrutto da un drone che vale 20 mila euro». Per questo, rafforzare la difesa significa anche rafforzare la base industriale e tecnologica italiana: «Se investiamo nella nostra difesa, quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori».
In sintesi, la posizione di Meloni al vertice di Ankara è stata quella di un'Italia fedele all'Alleanza atlantica, ma determinata a difendere la propria sovranità in termini di priorità di spesa, politica estera e autonomia decisionale. Una linea che la premier ha voluto ribadire con forza, in un contesto internazionale segnato da tensioni e incertezze, per rassicurare gli alleati e al contempo l'opinione pubblica interna.