Il presidente del Consorzio nazionale oli usati (Conou), Riccardo Piunti, ha lanciato oggi un allarme sulla qualità della gestione degli oli minerali usati in Europa, intervenendo a Italian Waste Economy 2026. L'Italia, ha spiegato, ha costruito una filiera avanzata basata sulla responsabilità estesa del produttore, ma rischia di trovarsi esposta a standard non omogenei tra i diversi Paesi del mercato unico. Il punto centrale del suo intervento è stato chiaro: l'Unione europea ha normato poco questo comparto specifico, lasciando spazio a disparità che potrebbero penalizzare chi ha investito nella rigenerazione.
«L'Europa non ha normato molto nel nostro settore», ha dichiarato Piunti, indicando una possibile criticità nella prospettiva di un mercato sempre più integrato. Se le frontiere economiche si riducono, ha spiegato, gli impianti di rigenerazione nei diversi Paesi potrebbero non garantire lo stesso livello di qualità raggiunto in Italia. Il tema diventa concreto quando si parla di tracciabilità, controlli, resa industriale e tutela ambientale. Il modello italiano, che in 42 anni di attività ha sviluppato un sistema consortile capace di raccogliere oli lubrificanti esausti da officine, industrie e attività produttive, avviandoli in larga parte alla rigenerazione, è considerato uno dei più maturi del panorama ambientale nazionale.
L'intervento di Piunti è arrivato nel corso dell'edizione 2026 di Italian Waste Economy, appuntamento dedicato alla gestione dei rifiuti e all'economia circolare, con la partecipazione di istituzioni, enti locali, imprese, operatori della filiera e mondo accademico. Al centro del dibattito, dalla mattina, ci sono stati i passaggi più delicati del settore: prevenzione, raccolta, rigenerazione, innovazione tecnologica e sistemi di controllo. In questo quadro, il caso degli oli usati viene spesso citato come una delle filiere più mature del sistema ambientale italiano. Non si tratta solo di smaltimento, ha lasciato intendere Piunti, ma di recupero di materia prima e di sicurezza ambientale: un litro disperso male nei terreni o nelle acque può avere effetti pesanti sull'ecosistema.
Piunti ha poi richiamato il lavoro avviato con altri Paesi europei, in particolare nell'area del Mediterraneo. «Stiamo cercando di entrare in contatto con sistemi virtuosi come il nostro, come quello greco, con cui abbiamo firmato un accordo di cooperazione, e quello spagnolo, che ha un elevato livello di circolarità», ha spiegato il presidente del Conou davanti alla platea. L'idea, ha aggiunto, è costruire una posizione comune tra Paesi che condividono esperienze industriali e ambientali simili. Italia, Grecia e Spagna, secondo Piunti, possono portare a Bruxelles una richiesta precisa: alzare il livello europeo della circolarità negli oli minerali usati, evitando che convivano sistemi molto avanzati e filiere meno strutturate.
«Crediamo che i Paesi del Sud del Mediterraneo siano il risultato di un'esperienza importante che li accomuna», ha detto Piunti. Una frase tecnica, ma anche politica, perché sul tavolo non c'è solo la gestione di un rifiuto, bensì la competitività di un'intera catena industriale. Il rapporto con le istituzioni europee, nelle parole di Piunti, resta un passaggio decisivo. «Credo che il rapporto con l'Europa debba essere sempre più forte, intenso e fatto di dialogo», ha affermato, raccontando di una recente interlocuzione con gli uffici della Commissione europea per rappresentare le esigenze della filiera italiana. Un confronto definito «complesso ma di successo», perché, ha spiegato, dall'altra parte ha trovato funzionari disponibili ad ascoltare e valutare le richieste.
Il messaggio finale è stato orientato alla cooperazione. Non una rivendicazione isolata, ma la ricerca di regole condivise. «Bisogna lavorare in team con l'Europa e con gli altri Stati per raggiungere soluzioni comuni», ha concluso Piunti. La sfida, per il Conou e per l'intero comparto, è evitare che la qualità costruita in Italia resti un'eccezione nazionale. Serve una cornice europea più solida, capace di riconoscere chi ha investito nella rigenerazione degli oli usati e di accompagnare gli altri Paesi verso standard più vicini. Solo allora la circolarità potrà diventare davvero una pratica comune, non una somma di modelli separati.