L’annuncio del casting per il nuovo film di Christopher Nolan sull’Odissea, previsto per il 16 luglio, ha già provocato un acceso dibattito. La scelta dell’attrice messicano-kenyota Lupita Nyong’o per interpretare Elena di Troia ha scatenato reazioni durissime sui social, in particolare da parte di ambienti conservatori e identitari negli Stati Uniti e in Grecia. Le critiche sostengono che Elena, figura centrale dell’epica classica occidentale, sia tradizionalmente descritta come «bianca, bionda e greca», e vedono nella decisione un simbolo del cosiddetto «revisionismo woke».
La polemica, tuttavia, affonda le radici in una questione più antica: il colour-blind casting, ovvero la selezione degli attori senza tener conto del loro aspetto fisico. Se da un lato il principio è difeso come strumento di inclusione, dall’altro si obietta che per personaggi storici o letterari noti la fedeltà al testo e al contesto storico sia fondamentale. I critici ricordano che Omero descrive Elena come «dalle bianche braccia», mentre Esiodo, Saffo ed Euripide parlano di «Elena dai capelli dorati». Ignorare queste descrizioni, sostengono, significa tradire le fonti classiche.
La questione solleva interrogativi più ampi sull’identità culturale europea. Il greco Nick Fassolas ha scritto che «Hollywood e i media occidentali trattano l’eredità greca antica come qualcosa che chiunque può rivendicare e deformare a proprio piacimento», aggiungendo che «nell’era della globalizzazione e della follia woke, l’eredità greca – come fondamento della civiltà occidentale – viene decostruita e generalizzata». Fassolas sottolinea inoltre che i greci rappresentano appena lo 0,18% della popolazione mondiale, una minoranza demografica in declino, e che paradossalmente viene loro imposto di accogliere masse di persone provenienti da gruppi demografici ben più ampi, trattandoli come minoranze da proteggere.
Anna Paola Concia, figura della sinistra italiana, ha commentato con ironia la situazione: «Una delle battaglie campali dell’estremismo woke è quella contro la cosiddetta “appropriazione culturale”. Un attore bianco non può interpretare ruoli di una persona nera, asiatica ecc. Hanno fatto chiudere spettacoli teatrali, film, mostre, performance a causa di proteste contro l’appropriazione culturale in America, in Francia, in UK. Che cosa vogliono? L’hanno inventata loro... E adesso vengono ripagati con la stessa moneta».
Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio di tensioni sull’identità europea e occidentale. Molti osservatori notano che mentre le minoranze sono incoraggiate a preservare la propria identità culturale, agli europei e agli occidentali viene spesso negato il diritto di fare altrettanto. Il patriottismo, distinto dal nazionalismo, viene talvolta stigmatizzato quando espresso da popoli europei, mentre lo stesso concetto è stato valorizzato da papa Francesco in un discorso ai giovani cileni: «L’amore per la patria è un amore per la madre: la chiamiamo “madre patria” perché qui siamo nati; ma essa stessa, come ogni madre, ci insegna a camminare e si dona a noi perché la facciamo vivere in altre generazioni».
La questione dell’immigrazione di massa e del multiculturalismo è ormai al primo posto tra i temi delle prossime elezioni in tutta Europa. Si tratta di un crinale di civiltà, come sottolineano alcuni commentatori: decidere se le nazioni europee e l’Occidente debbano sopravvivere, se la loro identità, la loro civiltà millenaria e persino il loro welfare state debbano essere preservati. C’è chi teme che la criminalizzazione del malcontento popolare su questi temi, bollandolo come razzismo o xenofobia, possa scatenare reazioni ancora più estreme. La democrazia, si sostiene, deve affrontare queste questioni con politiche chiare, non con leggi punitive delle opinioni.