Il presidente nazionale di Conflavoro, Roberto Capobianco, ha lanciato un duro attacco contro l'accordo firmato il 10 luglio da 14 associazioni datoriali, che secondo lui introduce criteri distorti per misurare la rappresentanza delle organizzazioni imprenditoriali. In una dichiarazione diffusa alla stampa, Capobianco ha paragonato il metodo proposto — basato sui contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) applicati dalle imprese — a «pesare i partiti con i like sui social» anziché con i voti degli elettori.
L'accordo, siglato all'indomani del decreto Primo Maggio, riapre il nodo della definizione delle organizzazioni «comparativamente più rappresentative», un concetto chiave per l'accesso a benefici normativi e contributivi. Attualmente, oltre mille contratti sono depositati presso il CNEL, ma manca una legge che stabilisca criteri certi per individuare quali associazioni possano essere considerate tali. Questa lacuna, secondo Capobianco, alimenta il contenzioso giudiziario e rischia di favorire il dumping contrattuale, cioè la competizione al ribasso sulle condizioni di lavoro.
«Una vera legge sulla rappresentanza garantisce anche alle associazioni più piccole la possibilità di competere ad armi pari per diventare grandi e prevedere ciò che nessun accordo tra firmatari prevederà mai: la verifica periodica», ha dichiarato Capobianco. «La rappresentatività è un mandato che si rinnova o si perde, non un titolo a vita». Il presidente ha sottolineato che i criteri previsti dall'accordo — anzianità associativa, appartenenza alle associazioni europee, welfare contrattuale e misurazione basata sui contratti applicati — rischiano di creare una barriera all'ingresso per le organizzazioni più giovani o meno strutturate.
Un esempio concreto, secondo Capobianco, riguarda il settore delle costruzioni. Le imprese associate a Conflavoro Costruzioni, per ottenere il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC), sono obbligate ad applicare il contratto dell'edilizia sottoscritto dalle associazioni più storiche, alle quali non hanno mai aderito. «Con il metodo dell'accordo, quelle imprese verrebbero conteggiate come espressione di consenso verso i firmatari che non hanno scelto», ha spiegato, definendo la situazione una «distorsione normativa» da correggere.
Conflavoro condivide il principio del trattamento equivalente — secondo cui un'impresa che garantisce condizioni pari a quelle del contratto di riferimento può godere degli stessi benefici di legge — e ribadisce l'esclusione dell'applicazione erga omnes dei contratti per via pattizia, in coerenza con l'articolo 39 della Costituzione. Tuttavia, la Confederazione ricorda che l'ordinamento italiano indica già da trent'anni alcuni criteri di misurazione della rappresentanza: il numero di imprese aderenti, la presenza omogenea sul territorio, la sottoscrizione di contratti nazionali e di secondo livello. Tra questi, l'anzianità non è mai comparsa.
«Una legge richiederà anni, ma imprese e giudici non possono aspettare», ha avvertito Capobianco. «Nel frattempo, si sostituisca in ogni rinvio normativo la formula delle organizzazioni comparativamente più rappresentative con il riferimento al contratto più applicato del settore, verificabile fin da subito attraverso l'Archivio del CNEL e i flussi UNIEMENS. Se la diffusione vale per misurare le 14 firmatarie, deve valere anche per individuare il contratto di riferimento di ciascun settore».
Il presidente di Conflavoro ha quindi rivolto una richiesta al Governo: aprire immediatamente un confronto in sede ministeriale su tre pilastri fondamentali. Il primo è l'utilizzo di dati certificati da un soggetto terzo, per garantire trasparenza e imparzialità. Il secondo è l'apertura a ogni organizzazione attuale e futura, senza barriere all'ingresso. Il terzo è l'introduzione di una verifica periodica della rappresentanza, per evitare che le associazioni diventino «eredità da difendere» invece che mandati da meritare.
«Siamo pronti a contarci da domani mattina», ha concluso Capobianco. «La rappresentanza è un mandato da meritare, non un'eredità da difendere». La sua posizione riflette le preoccupazioni di molte piccole e medie associazioni datoriali, che temono di essere escluse dal sistema di rappresentanza a causa di criteri pensati per favorire le organizzazioni più grandi e consolidate. Il dibattito sulla rappresentanza datoriale resta aperto, in attesa di un intervento legislativo che possa chiarire le regole del gioco per tutti gli attori coinvolti.