Da Vittorio, il ristorante nato a Brusaporto nel 1966 dall'intuizione di Vittorio e Bruna Cerea, celebra sessant'anni di storia con tre stelle Michelin e una presenza internazionale che si estende fino a Shanghai e St. Moritz. Oggi, sotto la guida della famiglia, il gruppo affronta la sfida di crescere senza perdere l'identità che lo ha reso un punto di riferimento dell'alta ristorazione italiana. Rossella Cerea, figlia dei fondatori e figura chiave nell'evoluzione del gruppo, racconta come coniugare eccellenza gastronomica e visione imprenditoriale, mantenendo al centro il valore della famiglia.
«Non ho mai vissuto il mio essere donna come qualcosa da dimostrare ogni giorno», afferma Rossella Cerea, riflettendo sul ruolo femminile in un settore a lungo dominato dagli uomini. «Credo che contino la competenza, la capacità di ascoltare, la tenuta e il saper prendere decisioni». Per lei, la sensibilità femminile può rappresentare un valore aggiunto, specialmente nell'accoglienza: «Può portare un'attenzione particolare alle relazioni, ai dettagli e al clima delle persone. Nell'accoglienza significa far sentire un ospite atteso, non semplicemente servito». Un approccio che non vuole creare contrapposizioni, ma valorizzare l'equilibrio tra professionalità diverse, come dimostra la crescita di Da Vittorio «grazie alla combinazione di caratteri, sensibilità e ruoli differenti».
La dimensione familiare è il cuore pulsante del gruppo, ma con l'espansione internazionale è diventata anche una responsabilità complessa. «In azienda non porti mai solo un ruolo: porti una storia, un cognome, rapporti familiari e responsabilità verso tante persone», spiega Rossella. La famiglia Cerea ha costruito il proprio percorso attraverso il confronto quotidiano e la condivisione delle decisioni, affrontando insieme anche i momenti più difficili. «La famiglia è ciò che ha tenuto insieme Da Vittorio in questi sessant'anni». Tuttavia, con la crescita, il metodo di gestione si è evoluto: «Oggi una realtà così grande non può essere gestita solo di pancia. Servono metodo, numeri, visione e manager preparati». L'ingresso di nuove figure professionali e della Famiglia Ruffini accompagna questa fase di sviluppo, con l'obiettivo di strutturare il futuro senza perdere lo spirito originario.
La tradizione, per Rossella Cerea, non è sinonimo di immobilità. «La tradizione per noi non è nostalgia. È memoria, ma soprattutto responsabilità». Ogni piatto, ogni gesto e ogni dettaglio dell'esperienza Da Vittorio raccontano una storia, ma devono continuare a parlare al presente. Per questo il gruppo investe nella ricerca e nello sviluppo, cercando un equilibrio tra innovazione e identità. «Anche nostro padre è stato un innovatore: sessant'anni fa proporre una cucina di pesce a Bergamo non era affatto scontato». La lezione è chiara: la tradizione resta autentica solo quando continua a muoversi. La modernità, quindi, non deve mai diventare un semplice esercizio di stile. «Puoi sperimentare, alleggerire, utilizzare tecniche nuove, ma un piatto deve sempre parlare la lingua di Da Vittorio». Una lingua fatta di gusto, materia prima, precisione e generosità, dove l'innovazione ha valore quando aggiunge emozione senza cancellare ciò che rende riconoscibile una cucina.
Nel suo percorso all'interno del gruppo, Rossella Cerea ha attraversato ruoli diversi, costruendo la propria esperienza passo dopo passo. «Sono partita dal guardaroba, e questo per me è stato importante perché mi ha insegnato a guardare l'azienda da vicino, partendo dai dettagli e dal rapporto con l'ospite». Un punto di osservazione privilegiato che negli anni le ha permesso di comprendere ogni aspetto della realtà aziendale. Oggi la sfida più grande è avere una visione complessiva: non occuparsi soltanto di una singola area, ma comprendere l'intero sistema, dalla pianificazione al controllo di gestione fino alle strategie future. «È impegnativo, ma è anche il bello del nostro lavoro: non è mai uguale a sé stesso».
Se Da Vittorio potesse essere raccontato attraverso un solo piatto, la scelta sarebbe il Pacchero alla Vittorio. «È un piatto che non ha bisogno di tante spiegazioni: arriva in tavola e racconta subito chi siamo». Nato dall'intuizione del padre e rimasto fedele alla sua anima nel corso degli anni, racchiude semplicità, tecnica e cultura italiana. Pomodoro, basilico e Parmigiano raccontano il legame con il territorio e con la cucina di casa, mentre quel gesto spontaneo della scarpetta rappresenta un'idea di convivialità profondamente italiana. Accanto a questo simbolo della tradizione, Rossella Cerea cita anche una creazione più contemporanea, la tartare di astice con spuma di sedano rapa, limone e caviale, esempio di una cucina capace di guardare avanti senza perdere il proprio linguaggio.
Il legame più intimo con la storia familiare, però, appartiene a un piatto lontano dai menu del ristorante: la polenta con il coniglio alla bergamasca. «Lo mangiavamo la domenica con mamma e papà, in quei pranzi pieni di voci, racconti e confronti». Un ricordo che oggi assume un valore ancora più forte, con una famiglia allargata e tredici nipoti. Un piatto semplice, ma capace di racchiudere casa, affetto e le radici di una delle più celebri dinastie della ristorazione italiana.