L'orizzonte economico internazionale sta nuovamente peggiorando, condizionato dai complessi rapporti geopolitici globali. A mitigare il quadro negativo contribuiscono i risultati del secondo trimestre di JP Morgan, superiori alle attese, grazie a un'economia statunitense che cresce più del previsto e a un'inflazione ancora alta ma considerata accettabile. L'utile di oltre 21 miliardi di dollari, superiore di oltre il 40% rispetto al risultato del 2025, accompagnato da un aumento del margine d'interesse, dei ricavi, del patrimonio gestito e dei depositi, delinea una guidance solida per il resto dell'anno.

A frenare le prospettive, seppur in misura comprensibile, sono i risultati attesi nei prossimi 12-18 mesi a causa dei tassi di interesse bloccati. Le banche centrali, secondo le previsioni, non alzeranno i tassi e, per chi lo ha già fatto come la Bce, si assisterà a un ritorno alle posizioni di inizio anno, con una stabilizzazione che potrebbe protrarsi almeno fino al 2027 o al 2028. Il tema dei tassi fermi presenta due facce: positiva per le imprese, soprattutto in Italia data la notevole propensione all'indebitamento e al basso capitale di rischio delle aziende, meno favorevole per le banche, sia estere che italiane.

Entro i prossimi venti giorni sono attesi i dati delle banche italiane, a cominciare da Unicredit, impegnata su vari dossier, seguita da Intesa Sanpaolo e dagli altri istituti principali. Le previsioni sono in linea con le aspettative degli analisti, con possibili sorprese positive. Tuttavia, la debolezza patrimoniale ancora diffusa tra le piccole e medie imprese, seppur in miglioramento, indica una strada tortuosa per le erogazioni di prestiti destinati non alla gestione straordinaria, ma a quella ordinaria. Questa condizione si verifica specialmente in occasione dei saldi fiscali, da pagare nei prossimi cinque mesi, che fanno sostanzialmente crescere le esposizioni, pur essendo conseguenti ai risultati dell'anno precedente.

Da diversi anni gli investimenti cedono il passo e non si intravede un'inversione di marcia. Il sistema socioeconomico italiano, da tempo, non si basa su una politica industriale né commerciale, non più definita dall'inizio degli anni Novanta, nonostante i molteplici governi di ogni colore che si sono succeduti. A sostenere il Pil nell'ultimo biennio ha contribuito il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), un risultato che sarebbe stato ampiamente migliore se non fosse stato per l'effetto nefasto sui conti pubblici del cosiddetto Superbonus 110% per le ristrutturazioni edilizie.

Gli effetti positivi del Pnrr sono però agli sgoccioli. Per la seconda parte dell'anno e per il successivo, graverà sulle imprese il rallentamento della domanda e gli aumenti non solo dei costi energetici, ma anche, di riflesso, delle materie prime e delle produzioni. La scadenza elettorale dovrebbe stimolare il governo ad aprire un dialogo con i corpi intermedi per la definizione di una politica industriale. Le categorie economiche e le rappresentanze sindacali dei lavoratori dovrebbero porsi due obiettivi: prevedere sostanziosi investimenti privati e dare una spinta alla produttività, che persiste nell'essere inferiore a quella tedesca e francese di oltre l'1%, percentuale che raddoppia rispetto agli Stati Uniti, per non parlare del Giappone o della Corea del Sud.

È bene che ciascuno faccia la sua parte: politica, imprenditori, sindacati. Fare squadra per risalire la china e recuperare reddito per imprese e lavoratori è la via indicata per affrontare le sfide economiche attuali e future, in un contesto internazionale che richiede coesione e strategie condivise.